letteratura asiatica, narrativa contemporanea, narrativa coreana

Recensione – La vegetariana.

Autrice: Han Kang
Edizione: Adelphi
Genere: narrativa contemporanea
Data di pubblicazione: ottobre 2007.

Trama: «Ho fatto un sogno» dice Yeong-hye, e da quel sogno di sangue e di boschi scuri nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione e poi con fastidio e rabbia crescenti. È il primo stadio di un distacco in tre atti, un percorso di trascendenza distruttiva che infetta anche coloro che sono vicini alla protagonista, e dalle convenzioni si allarga al desiderio, per abbracciare infine l’ideale di un’estatica dissoluzione nell’indifferenza vegetale. La scrittura cristallina di Han Kang esplora la conturbante bellezza delle forme di rinuncia più estreme, accompagnando il lettore fra i crepacci che si aprono nell’ordinario quando si inceppa il principio di realtà – proprio come avviene nei sogni più pericolosi.


Recensione:
Come si inizia una recensione? Credo sia la prima che scrivo ma la cosa non mi spaventa più di tanto, quindi eccomi qui. Io sono Gigi e oggi vi parlerò del libro di Han Kang chiamato ‘La Vegetariana’

Piccolo pensiero sul nome: leggendo il libro si può notare come in realtà la protagonista eviti anche i prodotti derivanti dagli animali (sia cibo che vestiario), questo vuol dire che è vegana, non vegetariana. Credo che l’autrice utilizzi il termine vegetariana per comodità – o perchè il libro è relativamente vecchiotto.
Il libro si caratterizza di circa 177 pagine ed è diviso in tre parti.

Nella prima parte troviamo uno stile molto schietto, che tende a raccontare anche la realtà più cruda nei minimi dettagli. Nelle descrizioni possiamo notare che l’autrice non ha paura di raccontare la realtà delle cose, senza troppi giri di parole. 
La protagonista, Yeong-hye, è una donna normale e ordinaria che dopo aver fatto un sogno – o forse un incubo? – decide di passare ad una dieta vegetale imponendola anche al marito. Abituata ad affrontare tutto quello che le capita con indifferenza, in maniera stoica e superficiale, in lei non si vedrà la minima reazione al cambiamento radicale della propria vita.
Il marito della protagonista, il signor Cheong, viene come lei definito come un uomo ordinario, che non esce dagli schemi e che non vuole uscirne per paura del parere altrui, che si accontenta del minimo indispensabile e un po’ sciatto (mi concedete questo termine?). 
Il signor Cheong vede l’essere vegetariana come una cosa molto negativa – un po’ come tutta la famiglia della protagonista – addirittura paragonata all’essere posseduta da un cattivo spirito e, più avanti, verrà persino detto che essere a tavola con una persona che ha una dieta vegetale è disgustoso. Pura follia. Vi lascio qui di seguito un passaggio del libro che descrive il pensiero di quest’uomo.

“A mio parere, gli unici motivi ragionevoli per cambiare le proprie abitudini alimentari erano il desiderio di perdere peso, il tentativo di alleviare alcuni disturbi, il fatto di essere posseduti da uno spirito maligno o di avere problemi di sonno dovuti a una cattiva digestione.”

Purtroppo ci sono delle scene poco carine nella seconda metà di questo primo capitolo: il padre della protagonista, non accettando questa ‘condizione’ della figlia, arriverà addirittura ad alzare le mani e a schiaffeggiarla. Ma ancora più deplorevole è il fatto che le metta in bocca un pezzo di carne contro la sua volontà. 
Il plot twist di questo capitolo però non ve lo racconterò io, sta a voi scoprirlo!

Adesso passiamo alla seconda parte del libro.
Il protagonista è il marito della sorella della protagonista, In-hye, e come abbiamo visto nella prima parte del libro, egli non è molto felice né soddisfatto del proprio matrimonio. 
La seconda figura protagonista di questa seconda parte è la macchia mongolica che risiede sulla natica di Yeong-hye, la nostra protagonista, e che sarà venerata quasi in maniera malsana e perversa dal nostro protagonista maschile.
Alla fine di questo capitolo la sorella della protagonista chiamerà l’ambulanza dell’ospedale psichiatrico, per motivi che ovviamente non sto qui a dirvi ma che non potevo omettere in quanto il terzo capitolo si svolge interamente in questo luogo.
Infatti, il terzo capitolo si apre con l’immagine di Yeong-hye che scappa dall’ospedale e un’infermiera che chiama In-hye, sua sorella. Quest’ultima sarà la protagonista di questa terza ed ultima parte.
Ella farà la descrizione del percorso per arrivare all’ospedale psichiatrico dove si trova la sorella minore, descriverà l’aspettò dell’ospedale e dei pazienti al suo interno, facendo un percorso a ritroso per percorrere tutti gli attimi e le situazioni che l’hanno portata lì.

Il tempo era un’onda, quasi crudele nella sua inesorabilità mentre trascinava la sua vita con sé.

Dopo tutte le visite in questo ospedale, anche le strade tranquille e considerate “normali” iniziano ad apparirle strane.
Yeong-hye è convinta di essere un albero e per questo motivo rifiuta il cibo e accetta solo di bere acqua, si mette in posizione verticale a testa in giù perché da in mezzo le gambe le crescono i fiori e le sue braccia sono le radici.
Pian piano la sorella In-hye inizia ad accettare e comprendere il pensiero della sorella e si chiede se in realtà non sono gli altri ad essere sbagliati.
È un libro molto introspettivo e crudo, che permette di scavare nell’anima e capire i sentimenti che ci affliggono, mettendo a nudo anche l’incoerenza di una società chiusa e basata sulle opinioni degli altri. Una scrittura schietta, ai limiti dell’indecente, che permette di scoprire le parti più nascoste del mondo.

Questo è il mio pensiero su questo libro. Vorrei ringraziare Maica per l’aiuto e l’ispirazione nella stesura di questa recensione. Adesso vi lascio alle vostre e ci vediamo alla prossima recensione.

Un saluto,

Gigi ♡ 

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